Fantasmi assai
«Nuje simme serje... appartenimmo 'a morte!»
Mi capita spesso di chiedermi che fine facciano le persone che non vedo più.
Vivendo in un quartiere dove ogni giorno incrocio tante persone anziane, mi succede di conoscerne molte, vuoi perché ci diciamo buongiorno, vuoi perché portano a passeggio simpatici cani che mia figlia riconosce e saluta. Com’è facilmente immaginabile, capita che alcuni di questi simpatici abitanti del vicinato, nel corso di questi anni, siano spariti dalle nostre passeggiate. Quello che potrebbe essere facilmente intuibile, diventa ancora negabile dalla mia mente, che preferisce piuttosto pensare che abbiano cambiato casa, che abbiano trovato giardini più confortevoli per i loro amici a quattro zampe e che ora stiano passeggiando per altri viali della città.
Lasciatemi immaginare un lieto fine, anche dove la logica lo nega.
Per anni, sono stata solo una visitatrice casuale del cimitero della città che ho lasciato, poi da quando è venuta a mancare la mia cara zia, è diventata una visita di cui sento il richiamo più spesso del solito. Non ci vado mai da sola, e allora capita che l’altra mia zia mi faccia da guida tra le strade di quell’altra città e mi porti a vedere dove abitano ora persone che io avevo lasciato, anni fa, a tutt’altri indirizzi.
Mi chiede: “Vuoi venire a trovare Tizio o Caio?” come se davvero andassimo a prendere un caffè a casa loro. Durante quelle camminate per vicoli e viuzze, mi racconta storie, infinite storie, alcune di pace, altre tormentate, ma che hanno come finale, inevitabilmente, sempre quella foto affissa sul marmo. In un certo senso, è confortante conoscere già il finale della storia, qualsiasi sia stato il tribolato viaggio.
Così, ritrovo persone che incontravo tutti i giorni per strada, quando vivevo là, e che ho pensato di non vedere più semplicemente perché sono stata io a non camminare più per quelle strade. E invece.
L’ultima volta, qualche settimana fa, mi sono resa conto che chissà quante persone mi hanno perso di vista, in questi anni, e mi sono chiesta se per caso la loro fantasia facesse più difetto della mia e abbiano immaginato la mia partenza come più definitiva di quella che in realtà è. Punti di vista o di perdita di vista, potremmo dire.
Vivere lontano da tanti anni mi fa immancabilmente cadere in un circolo di malinconia e nostalgia, a volte per le più disparate occasioni, e il grigio inizio di novembre non mi ha risollevato l’umore. Passerà.
In questi giorni ho rinnovato il mio abbonamento annuale per la piscina. Un anno fa prendevo la decisione di praticare regolarmente uno sport, senza sapere se sarei stata in grado di mantenere la costanza. Dopo un anno posso tirare le somme di quello che è diventato un bisogno quotidiano: durante i 12 mesi appena trascorsi, sono entrata nell’acqua clorata quando fuori c’erano -10 gradi e la neve imperversava sulle vetrate della piscina; sono andata a nuotare quando avevo dormito poco e quando avevo il raffreddore; mi sono immersa quando sapevo che dopo avrei avuto una giornata super affollata di impegni e quando non avevo nient’altro da fare; qualche volta sono andata tutti i giorni della settimana e qualche altra sono riuscita a incastrare solo una nuotata. Nell’anno passato, però, ho mantenuto fede a me stessa e al bisogno di sentirmi così come mi sento ogni volta che esco dall’acqua: bene. Anzi, benissimo.
E, un anno fa, non avrei mai immaginato che sarebbe potuto succedere.
Libri assai.
Me lo avevano detto, una mia carissima amica ha insistito fino all’ultimo: non lo leggere. Ma io niente: ho letto “Cambiare l’acqua ai fiori” di Valerie Perrin (E/O) e ho capito cosa intendevano quando dicevano che ti spezza. Per me, ora, esiste un prima e un dopo aver letto questo libro, non posso più tornare indietro.
Pubblicato per la prima volta nel 2018, è arrivato in Italia nel 2019 nella traduzione di Alberto Bracci Testasecca e, come era già successo in Francia, si è subito imposto come bestseller e long seller che ha conquistato premi e lettori, indiscriminatamente.
Racconta la storia di Violette Toussaint, la custode del cimitero di una cittadina della Borgogna. Di Violette si sa e si immagina poco: cambia l’acqua ai fiori e li sostituisce con quelli che coltiva nel proprio giardino, accompagna i familiari dei cari estinti e, in alcuni casi, ne ascolta le storie. Pian piano, la vita di Violette si dispiega sotto i nostri occhi e diventa reale anche quello che pensavamo inimmaginabile.
Confesso di non aver visto arrivare molti dei colpi di scena e di aver incassato il dolore dei personaggi con una sorpresa tutt’altro che felice. L’ho finito in due giorni, come se non riuscissi a sopportare oltre il peso e la leggerezza delle quasi 500 pagine.
Io vorrei dirvi di leggerlo, perché é un romanzo bellissimo, ma poi mi immagino che piangiate come ho pianto io e un po’ ho il rimorso.
Facciamo così: io vi dico che è bello, poi decidete voi se volete lanciarvi nell’impresa.
Cose che mi piacciono assai.
Le castagne, in tutte le ricette.
Una candela che sa di biscotti.
I biscotti che faccio io.
Un croissant in mezzo alla giornata.
Un’ora tutta per me.
Novembre è un mese che sa sorprendermi, sono anni ormai che lo so, e ho fiducia in lui. Stavolta ho deciso che sarà il mese in cui comprerò altre lucine (ancora!) da spargere per casa per non arrivare impreparati a dicembre, quando il 3 ci ritroveremo qui per guardarci negli occhi e augurarci tutto il bene.
Vi abbraccio, assai!






È sempre un piacere leggerti. Hai dipinto un quadro perfetto per questo novembre, e complimenti per la tua costanza nel nuoto. 🏊 Non ho letto Cambiare l’acqua ai fiori. Chissà, potrei dargli una chance. 😜